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Tiri Mancini e la parabola del buon pastore



di Usul Muad’Dib Ximenes

Per dipingere una parete grande, ci vuole un pennello grande”. Se alcuni grandi tecnici dovessero spiegare il mestiere di allenatore a giovani apprendisti della panchina probabilmente farebbero ricorso a questo fortunato carosello del secolo scorso.

Una verità compendiata nel principio per cui sono i grandi giocatori a fare le grandi squadre e, in virtù del quale, i vari Mourinho, Guardiola e Mancini hanno da sempre posto al centro dei propri progetti tecnici massicci investimenti ottenuti dai munifici datori di lavoro.

Esiste sempre un prima e un dopo in ogni bella storia da raccontare. Questo vale anche per quella tra il tecnico jesino e l’Inter. Il “prima”, segnato da campagne acquisiti faraoniche frustrate dallo strapotere Juve in campo e nel Palazzo, per poi colorarsi di tre scudetti consecutivi con l’appendice di un addio tanto polemico quanto velenoso.

Il “dopo” invece è un segmento grigio ove la nuova proprietà post Moratti guidata da Thohir gli affida chiavi e portafogli di casa cui attinge ben al di là delle reali possibilità di una società alle prese con un difficile risanamento tecnico ed economico. Farà comprare tanti giocatori deludenti e inconcludenti con le rare eccezioni di Miranda e Perisic. Arriveranno un ottavo e un quarto posto senza titoli né trofei.

Un po’ poco per sostenere, come fatto ieri in modo molto autoreferenziale, di avere posto le basi per l’attuale rinascita tecnica dell’Inter.
È stato infatti necessario l’arrivo di un allenatore come Spalletti capace di fare di necessità virtù senza indulgere nei facili alibi del bisogno.

Il buon pastore non è solo colui che tende a migliorare il gregge con costanti investimenti ma anche, e soprattutto, colui che valorizza le pecorelle a disposizione dando loro la convinzione di essere le più belle e belanti del reame. Pur senza esserlo veramente.

Parola di Luciano.


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